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Ottiggia.it https://ottiggia.it/ Il sapore della Sicilia a casa tua Thu, 20 Jan 2022 14:32:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.1.1 https://ottiggia.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-Logo-def-01-50x50.png Ottiggia.it https://ottiggia.it/ 32 32 Santa Lucia: l’incontro tra tradizione religiosa e culinaria https://ottiggia.it/santa-lucia-tradizione-religiosa-e-culinaria/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=santa-lucia-tradizione-religiosa-e-culinaria https://ottiggia.it/santa-lucia-tradizione-religiosa-e-culinaria/#respond Mon, 13 Dec 2021 14:40:48 +0000 https://ottiggia.it/?p=9889 Read More

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Il 13 Dicembre in Italia e soprattutto in Sicilia è giorno di festa per Santa Lucia: sono molte le fiere e le processioni organizzate per l’occasione .

Santa Lucia nasce a Siracusa nel 283 D.C  in una famiglia nobile, rimasta orfana di padre a soli cinque anni venne presto promessa in sposa ad un ragazzo di nobili origini. Sin da ragazzina però Lucia si avvicinò alla religione cristiana e nel segreto della sua camera fece voto di verginità a Gesù ed espresse il desiderio di consacrare la Sua vita a Lui.

A soli 18 anni si offrì per accompagnare la madre, afflitta da emorragie, in pellegrinaggio presso la tomba di Sant’Agata e fu proprio in quell’occasione che Lucia ebbe in visione Sant’Agata che le confermava la propria vocazione dicendole: “Lucia sorella mia, vergine consacrata a Dio, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi concedere? Infatti la tua fede ha giovato a tua madre ed ecco che è divenuta sana. E come per me è beneficata la città di Catania, così per te sarà onorata la città di Siracusa”. La madre della giovane Lucia venne guarita e allora Lucia trovò il coraggio per annunciarle l’intenzione di vivere come vergine consacrata al Signore e di regalare tutti i suoi beni ai poveri. La giovane iniziò così a dedicarsi ai poveri, ai bisognosi e alle vedove e condusse una vita al servizio della comunità per ben tre anni, finché il nobile al quale era stata promessa in sposa non decise di denunciarla come cristiana (erano in vigore, infatti, le leggi di Diocleziano volte a perseguitare i cristiani).

La giovane venne dunque processata dal prefetto Pascasio: le fu imposto di fare sacrifici agli dèi pagani e venne minacciata di essere condotta in un postribolo, ma ella non arretrò nella fede e proclamava con ispirazione divina i passi delle sacre Scritture. Pascasio dunque ordinò che la giovane fosse costretta con la forza, ma, come narra la tradizione, divenne miracolosamente pesante, tanto che né decine di uomini né la forza di buoi riuscirono a smuoverla. Accusata di stregoneria, Lucia allora fu cosparsa di olio, posta su legna e torturata col fuoco, ma le fiamme non la toccarono. Fu infine messa in ginocchio e secondo le fonti latine le fu infisso un pugnale in gola (jugulatio), nell’anno 304, all’età di 21 anni. Morì solo dopo aver ricevuto la Comunione e profetizzato la caduta di Diocleziano e la pace per la Chiesa.

Privo di ogni fondamento è l’episodio in cui Lucia si sarebbe strappata – o le avrebbero cavato – gli occhi. L’emblema degli occhi sulla coppa, o sul piatto, sarebbe da ricollegarsi, più semplicemente, con la devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo dell’etimologia del suo nome dal latino Lux, luce.

A lei è attribuita la fine  miracolosa della carestia dell’anno 1646 in Sicilia: domenica 13 dicembre 1646, una quaglia fu vista volteggiare dentro il Duomo di Siracusa durante la Messa. Quando la quaglia si posò sul soglio episcopale, una voce annunciò l’arrivo al porto di un bastimento carico di frumento. Il popolo vide in quella nave la risposta data da Lucia alle tante preghiere che a lei erano state rivolte, e per la gran fame non aspettò di macinarlo, ma lo consumò bollito (tradizione che vive ancora oggi).

Sin dal giorno della deposizione del suo corpo nelle catacombe che da lei presero il nome, Lucia venne subito venerata come santa dai siracusani e il suo sepolcro divenne meta di pellegrinaggi.

Nel 1039 il generale bizantino Giorgio Maniace trafugò il corpo per farne omaggio al suo sovrano, a Costantinopoli. Da lì fu trafugato nel 1204 dai veneziani che conquistarono la capitale bizantina a conclusione della quarta Crociata e fu portato a Venezia come bottino di guerra.

Ancora oggi Santa Lucia è considerata la protettrice della vista e delle giovani vergini in età da marito.

Oltre ad essere venerata in Sicilia, il culto di Santa Lucia è vissuto anche nel Nord-Italia soprattutto a Verona e nella zona di Reggio-Emilia.

In Sicilia il giorno di Santa Lucia viene festeggiato consumando arancini, street food e grano bollito, a Reggio Emilia si mangia il torrone e a Verona e nel Nord-Italia i bambini preparano alla Santa latte e biscotti

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Panettone artigianale siciliano https://ottiggia.it/panettone-artigianale-siciliano/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=panettone-artigianale-siciliano https://ottiggia.it/panettone-artigianale-siciliano/#respond Tue, 19 Oct 2021 09:25:53 +0000 https://ottiggia.it/?p=9872 Read More

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Si sta avvicinando il Natale e negli ultimi anni le preferenze degli italiani si stanno spostando dai prodotti dolciari da grande distribuzione a prodotti artigianali di qualità soprattutto per quanto riguarda i dolci tipici delle festività. Il panettone è il re della tavola delle feste natalizie e sebbene la ricetta tradizionale sia lombarda i panettoni artigianali più apprezzati e rinomati sono i panettoni artigianali siciliani.

La storia del panettone

Come per tutti i dolci tipici regionali anche la storia del panettone artigianale è legata a numerose leggende; la più accreditata vuole che il panettone sia nato alla corte di Ludovico il Moro, signore di Milano nel XV secolo. Era il giorno della vigilia di Natale e lo chef della famiglia Sforza bruciò il dolce ufficiale destinato al banchetto, per rimediare all’errore lo sguattero della cucina prese un panetto di lievito e lo lavorò con farina, uova, uvetta, canditi e zucchero ottenendo un impasto lievitato e soffice. Il dolce nato per errore venne apprezzato così tanto da essere chiamato dalla famiglia Sforza “pan di Toni” da cui deriva il termine “panettone”.

Che sia nato da un errore o volutamente, nel medioevo vigeva la tradizione di preparare in occasione del Natale dei pani molto ricchi, di ingredienti e spezie, che il capofamiglia serviva ai propri commensali.

A dargli infine la forma caratteristica che ha ancora oggi è stato Motta negli anni ’20 del secolo scorso.

Accanto ai panettoni classici artigianali e non , da qualche anno troviamo panettoni artigianali siciliani preparati seguendo l’antica ricetta ma arricchita degli ingredienti siciliani più caratteristici: agrumi di Sicilia, cioccolata di Modica, Pistacchio di Bronte. I panettoni artigianali siciliani così realizzati stanno diventando ormai i più apprezzati delle festività anche perchè il packaging esclusivo che spesso li affianca ne fa un’ottima idea regalo oltre che un ottimo panettone artigianale siciliano da condividere con i propri cari il giorno di Natale.

Il più amato? Il panettone artigianale al pistacchio di Bronte farcito o accompagnato da un vasetto di spalmabile al pistacchio!

 

PANETTONE ARTIGIANALE AL PISTACCHIO DI BRONTE 900GRAMMI

 

 

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Ricetta del pesto alla trapanese: un esplosione di gusto https://ottiggia.it/pesto-alla-trapanese-ricetta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=pesto-alla-trapanese-ricetta https://ottiggia.it/pesto-alla-trapanese-ricetta/#respond Tue, 14 Sep 2021 05:33:08 +0000 https://ottiggia.it/?p=9815 Read More

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Il pesto alla trapanese conosciuto anche come agghiata trapanisa trae origine nel porto di Trapani, da sempre luogo di scambio ed incontro tra culture diverse. La nascita del pesto alla trapanese si deve al transito nel porto di Trapani delle navi mercantili genovesi cariche di prodotti diretti a Oriente. Tra i prodotti presenti sulle navi mercantili vi era anche l’agliata genovese: un pesto a base di basilico, aglio e noci.

Storia del pesto alla trapanese

I trapanesi provata l’agliata genovese decisero di personalizzare la ricetta con i prodotti tipici del loro territorio: mandorle, pomodori, basilico, aglio e olio extra vergine d’oliva. Diedero così origine all’agghiata trapanisa un sugo ottimo per condire la pasta ma anche la carne e il pane amato da contadini e marinai.

Perché il pesto alla trapanese e l’agliata genovese sono stati amati da sempre? L’aglio già nel medioevo era molto apprezzato per le sue virtù: un alimento con l’ambivalenza di condimento e medicamento in grado di arricchire qualsiasi piatto; è possibile inoltre affermare che proprio nei pesti l’aglio trova una delle sue massime espressioni alla portata di qualsiasi ceto economico e sociale.

Per preparare il pesto alla trapanese occorrono pochi ingredienti ma è necessario che siano di ottima qualità: aglio di Nubia (Paceco), pomodoro pizzutello di Paceco, olio DOP delle Valli Trapanesi, sale IGP di Trapani e Paceco, mandorle ericine, basilico e pecorino DOP.

Una ricetta tradizionale, in cui il pesto alla trapanese trova la sua massima esaltazione sono le busiate al pesto alla trapanese. Le busiate sono una pasta tipica siciliana realizzata solo con acqua e grano duro, senza uova, perfetta per i primi a base di sugo.

Come si prepara un buon pesto alla trapanese? La tradizione vuole che un ottimo pesto alla trapanese venga preparato del tutto a crudo, utilizzando un mortaio in legno al fine di mantenere inalterate le proprietà organolettiche degli ingredienti.

PESTO ALLA TRAPANESE GR 190

Pesto alla trapanese: ricetta originale

Vediamo insieme adesso la ricetta del pesto alla trapanese:

Ingredienti per 4 persone:

– 2 spicchi d’aglio;

– un mazzetto di basilico fresco;

– olio extravergine d’oliva;

– 100 g di mandorle pelate;

– 6 pomodori maturi;

– pecorino grattugiato;

– sale e pepe.

In una pentola ponete il pomodoro con dell’acqua molto calda e lasciateli riposare per 5 minuti così che la pelle si tolga con facilità. Spellateli e tagliateli a pezzettini piccolissimi. Staccate le foglioline di basilico, lavatele e asciugatele.

Mettete nel mortaio l’aglio privato del germoglio interno, il sale e le mandorle e iniziate a pestare. Aggiungete poco alla vola le foglie di basilico, continuando a pestare. Unite, poco alla volta, anche l’olio extravergine d’oliva. Poi i cubetti di pomodoro.

Pestate fino ad ottenere una crema granulosa ma omogenea ed aggiungete il pecorino grattugiato.

Importante e fondamentale per la riuscita del pesto è l’utilizzo di un ottimo olio extravergine di oliva, che va aggiunto al pestaggio nel mortaio poco alla volta.

Condite così la vostra pasta, aggiungendo a piacere delle mandorle a scaglie tostate.

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La granita siciliana https://ottiggia.it/la-granita-siciliana/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-granita-siciliana https://ottiggia.it/la-granita-siciliana/#respond Tue, 07 Sep 2021 04:48:50 +0000 https://ottiggia.it/?p=9839 Read More

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La granita siciliana accompagnata dalla brioche con il tuppo è un ever green della tradizione culinaria siciliana. Il rito della granita affonda le sue radici nel periodo della dominazione araba dell’isola.

L’arte della granita è antichissima, infatti già nel Medioevo esistevano i “nivaroli” che si occupavano di raccogliere la neve sull’Etna, sui monti Peloritani, Iblei o Nebrodi per conservarla nelle “neviere” e trasportarla fino a riva nei mesi di maggiore arsura.

Granita Siciliana – fragola 1kg

Il ghiaccio veniva conservato in buche ricoperte di cenere vulcanica o dentro grotte vulcaniche rifinite con mattoncini o pietra e all’occorrenza veniva trasportato a valle confezionato in balle ricoperte da felci e paglia e caricate su carretti o direttamente sui muli. I nobili dell’epoca, invece, avevano le proprie neviere in vista della stagione estiva in cui erano soliti consumare sorbetti e gelati preparati con la neve grattata su cui venivano versate spremute di limone o sciroppi di frutta o fiori.

La granita preparata grattando il ghiaccio “rattata” ha dato il nome alla grattachecca romana.

Durante il XVI secolo si iniziò ad usare la neve, mista a sale marino per refrigerare e nacque di conseguenza il “pozzetto”, un tino di legno con all’interno un secchiello di zinco, che poteva essere girato con una manovella. L’intercapedine veniva riempita con la miscela di sale e neve chiusa da un sacco di juta arrotolato e pressato. La miscela congelava il contenuto del pozzetto per sottrazione di calore, e il movimento rotatorio di alcune palette all’interno impediva la formazione di cristalli di ghiaccio troppo grossi. Nacque così la granita siciliana che soppiantò la “rattata”

Granita Siciliana – cioccolato 1kg

Nel corso del XX secolo, la formula  della “Tradizionale Granita Siciliana” è stata rivisitata: la neve è stata sostituita con l’acqua ed il miele con lo zucchero, il pozzetto manuale raffreddato da ghiaccio (o neve) e sale, grazie alla tecnologia del freddo (mantecatore), è stato sostituito dalla gelatiera, consentendo di produrre quell’inconfondibile impasto cremoso, privo di aria e ricco di sapore che, grazie alle sue peculiari caratteristiche, è conosciuto e vantato nel mondo con il nome di “Granita Siciliana”.

Granita Siciliana – menta 1kg

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Capuliato: significato, ricetta e varianti https://ottiggia.it/capuliato-significato-ricetta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=capuliato-significato-ricetta https://ottiggia.it/capuliato-significato-ricetta/#respond Tue, 27 Jul 2021 05:45:58 +0000 https://ottiggia.it/?p=9811 Read More

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Il capuliato è uno dei prodotti siculi più conosciuti e più amati in tutta Italia e all’estero. Il capuliato o come si dice in Sicilia “capuliatu” è legato soprattutto al territorio di Vittoria, in provincia di Ragusa e altro non è che un condimento costituito da un trito di pomodori secchi. Capuliato significa appunto “triturato” in dialetto siciliano: capuliare qualcuno o qualcosa significa  ridurlo in poltiglia. Il capuliato nello specifico è un condimento utilizzato per realizzare soprattutto ottimi primi piatti.

Oggi nella cucina mediterranea il pomodoro è uno degli ingredienti base e più apprezzati, ma fino all’Ottocento era solamente una pianta ornamentale. Dopo averne scoperto le proprietà in cucina sono nate le prime tecniche di conservazione, ed è così che è nato il capuliato, come tecnica di conservazione del pomodoro antecedente alle salse.

Dato che in antichità non c’erano neppure le serre il capuliato era un modo per gustare il pomodoro anche in inverno.

Per realizzare il capuliato siciliano  occorre lavare,tagliare,salare ed essiccare al sole i pomodori che successivamente vengono macinati con un tritacarne, poi messi sottolio, in una marinatura con basilico e origano, insieme ad altri sapori, a seconda dei gusti. Si possono aggiungere aglio, peperoncino o foglie di alloro nel barattolo. Il composto viene utilizzato per condire pasta, pane e bruschette, ma anche le scacce, le tipiche focacce ragusane. Rappresenta inoltre  un ottimo insaporitore di carne,di pesce oppure di minestre e zuppe.

Una ricetta tipica del ragusano sono gli  spaghetti col capuliato, un primo piatto veloce, saporito e gustoso, da portare a tavola in pochi minuti. Bisogna ricordarsi però di fare attenzione alla sapidità dei pomodori e regolarsi di conseguenza nel salare l’acqua di cottura della pasta.

CAPULIATO PICCANTE VASETTO GR 190

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Pesto di finocchietto selvatico: un piatto da scoprire (ingredienti e ricetta) https://ottiggia.it/pesto-di-finocchietto-selvatico/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=pesto-di-finocchietto-selvatico https://ottiggia.it/pesto-di-finocchietto-selvatico/#respond Tue, 27 Jul 2021 05:42:48 +0000 https://ottiggia.it/?p=9813 Read More

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Il pesto di finocchietto selvatico, ingrediente tipico della famosa pasta con le sarde, è un condimento tipico siciliano. Chiunque abbia provato questo intingolo avrà sicuramente apprezzato la freschezza e la delicatezza che il pesto di finocchietto selvatico offre al palato per non parlare dell’aroma che diffonde: un profumo fresco e intenso che richiama il mediterraneo e la Sicilia e che resta a lungo nell’ambiente.

Il finocchietto selvatico nell’omonimo pesto è una deliziosa crema arricchita da mandorle e pinoli  preparata utilizzando le cimette più giovani e tenere della pianta. Utilizzato soprattutto per i primi piatti il pesto di finocchietto selvatico è anche ottimo per  condire il filetto alla brace.

PESTO AL FINOCCHIETTO SELVATICO GR 190

Il pesto di finocchietto selvatico è talmente apprezzato da essere tra le conserve artigianali siciliane più vendute e lo potete trovare anche nel nostro store, ma se invece siete amanti dei condimenti freschi preparati al momento potete prepararlo a casa in pochi minuti. La ricetta? Semplice e veloce la ricetta la puoi trovare nel nostro blog.

Ecco ciò di cui avete bisogno per preparare un buon pesto di finocchietto selvatico:

Ingredienti per 4 persone:

250 grammi di Finocchietto selvatico

50 grammi di mandorle

50 grammi di pinoli

50 grammi di pecorino

2 spicchi d’aglio

sale q.b.

olio q.b.

Il procedimento:

Prendete una pentola capiente, riempitela d’acqua, mettetela sul fuoco e portatela ad ebollizione. Quando l’acqua avrà raggiunto l’ebollizione salatela e sbollentate per 5 minuti il finocchietto dopo averlo lavato e privato delle foglie più dure. Trascorsi 5 minuti scolate il finocchietto e lasciatelo raffreddare, quindi separate le cimette del finocchietto dalle parti più legnose.

A questo punto prendete il mixer e inseritevi il  finocchietto, l’aglio, le mandorle ed i pinoli. Infine unite il formaggio grattugiato e azionate il mixer, versando l’olio a filo, fino a che ne serve per ottenere il pesto. Una volta pronto, il pesto potrà essere conservato in frigo per qualche giorno o in freezer per un paio di mesi.

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Cioccolato di Modica IGP: varianti, ricetta e ingredienti https://ottiggia.it/cioccolato-di-modica-igp/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=cioccolato-di-modica-igp https://ottiggia.it/cioccolato-di-modica-igp/#respond Fri, 09 Jul 2021 06:17:37 +0000 https://ottiggia.it/?p=9809 Read More

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Molti prodotti gastronomici siciliani oggi conosciuti e apprezzati in tutta Italia e in tutto il mondo sono nati nei conventi e come piatti riservati ai nobili delle epoche passate; questo vale anche per il cioccolato di Modica che fu  realizzato in origine  presso le famiglie nobili della città di Modica, come testimoniato delle carte d’archivio del nobile casato dei Grimaldi che documentano l’attività dei cioccolatieri già nel 1746.

Il cioccolato di modica IGP è un prodotto caratteristico del territorio di Modica, nel ragusano. Questo particolare cioccolato si ottiene lavorando la pasta amara di cacao con lo zucchero raffinato o integrale.  Per realizzare un buon cioccolato di Modica IGP si può arricchire l’impasto semplice con l’aggiunta di ingredienti quali ad esempio:

  • sale;
  • cannella;
  • vaniglia;
  • peperoncino;
  • noce moscata;
  • l’aroma naturale di agrumi;
  • finocchietto;
  • gelsomino;
  • zenzero;
  •  frutti, anche secchi e disidratati, di pistacchio, nocciole, mandorle e agrumi.

CIOCCOLATO DI MODICA CACAO 95% – 50gr

Lavorazione e produzione

Nella fase di lavorazione la massa di cacao viene sciolta a bagnomaria o con scioglitrici temperatrici ad un massimo di 50° C al cuore della massa. Una volta sciolta, alla massa viene aggiunto lo zucchero e, se presenti, gli ingredienti facoltativi, senza interrompere quell’operazione di mescolatura che conferisce amalgama e consistenza omogenea.

Prima della modellatura è consentito temperare il prodotto, mentre successivamente si procede alla porzionatura e all’immissione del composto in appositi stampi, sottoposti in seguito, alla battitura per un periodo di tempo compreso tra uno e tre minuti con l’obiettivo di dare al prodotto un’ altezza uniforme e una compattezza ottimale. Dopo il raffreddamento del cioccolato si procede all’estrazione del prodotto dagli stampi e al confezionamento entro un tempo massimo di dodici ore.

La nota distintiva del Cioccolato di Modica IGP è la tipica lavorazione “a freddo” che evita lo scioglimento dei cristalli di zucchero e conferisce al prodotto una granulosità percepibile al palato unica al mondo.

All’assaggio è dolce con una nota di amaro e presenta una tipica percezione di granulosità o sabbiosità che si accompagna ad una buona fusibilità in bocca e ad una struttura croccante.

Il Cioccolato di Modica IGP si conserva in un luogo fresco e asciutto per circa 18 mesi. Nato come dolce tipico delle festività natalizie, oggi viene consumato tutto l’anno. È ingrediente principale nella gastronomia locale come, ad esempio, nei ravioli al cioccolato tra i primi piatti, nell’agnello e nel coniglio tra i secondi di carne, nella tradizionale “caponata” tra i contorni.

Il Cioccolato di Modica IGP è commercializzato in confezioni monoprodotto o pluriprodotto che devono riportare la dicitura “Cioccolato di Modica”, il simbolo della IGP dell’Unione Europea ed il logo prodotto. Ogni singola confezione deve riportare obbligatoriamente un codice univoco alfanumerico assegnato dall’Organismo di controllo. Il Cioccolato di Modica IGP può riportare sulle confezioni, su base volontaria dei produttori, un apposito contrassegno di garanzia realizzato con stampa di sicurezza dal Poligrafico e Zecca dello Stato Italiano.

Proprietà e benefici

Il cioccolato di Modica Igp vanta anche proprietà antiipertensive: per l’elevato contenuto di flavonoidi, si può considerare “un alimento-farmaco che associa alla componente nutrizionale le proprietà curative dei principi attivi naturali in esso contenuti”

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Semi di zafferano vendita online (Stimmi puri dalla Sicilia) https://ottiggia.it/zafferano-sicilia-online/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=zafferano-sicilia-online https://ottiggia.it/zafferano-sicilia-online/#respond Fri, 25 Jun 2021 07:13:45 +0000 https://ottiggia.it/?p=9784 Read More

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Lo zafferano, conosciuto anche come l’oro rosso di Sicilia, è una delle spezie più costose al mondo e il perchè del  prezzo elevato dello zafferano lo vedremo più avanti. Originario della Grecia o dell’Asia Minore è ricavato dagli stimmi del Crocus sativus ed è avvolto da un alone di leggenda e mistero.

La leggenda citata anche da Ovidio, il poeta latino di Sulmona [43 a.C.] nelle Metamorfosi  alle origini delle Favole è quella dell’amore impossibile e maledetto dagli dei tra il guerriero Croco e la ninfa Smilace.

STIMMI DI ZAFFERANO 5G

L’amore tra Croco e Smilace era un amore proibito, in quanto un’immortale non poteva legarsi a un mortale e così gli dei attuarono ogni tipo di stratagemma per separare i due giovani amanti, ma invano. Dopo innumerevoli macchinazioni fallite, gli dei adirati portarono Krocus al suicidio e Smilace perse il senno dal dolore.

Alla fine gli dei pentiti di ciò che avevano causato decisero di trasformare ambedue in piante: lei nella Smilax aspera e lui nel Crocus sativus, il famoso fiore viola dal cuore color del sole da cui si ricava la preziosissima polverina rossodorata chiamata zafferano.

Questo il mito tragico alle origini dello zafferano, spezia alla base di molti piatti tra cui il risotto alla milanese e gli arancini.

Come riconoscere uno zafferano di qualità?

Se lo si acquista in stimmi (o pistilli) bisogna fare attenzione per prima cosa al colore che deve essere sempre di un rosso vivo mai sbiadito. Inoltre i pistilli devono differire leggermente l’uno dall’altro in quanto a sfumature, in caso contrario si può sospettare l’utilizzo di qualche colorante. Importante valutare anche la consistenza che non deve essere elastica o umida ma secca (il pistillo si dovrebbe spezzare con le dita) e la lunghezza (circa un centimetro e mezzo).

Uno zafferano di buona qualità è anche molto costoso, il prezzo elevato dello zafferano  si deve alla lavorazione che questa spezia richiede: la modalità di produzione fatta interamente a mano fa sì che il prezzo dello zafferano salga alle stelle, tanto che  mezzo grammo di stimmi di zafferano siciliano costano  dai 10 ai 12 euro, quanto costa dunque 1 kg di zafferano? 1 kg di zafferano italiano costa dai 20 ai 25 mila euro.

Lo zafferano costa così tanto perchè per ottenere un grammo di zafferano servono  ben 114 fiori. Ecco che Il processo di produzione e la quantità di fiori richiesti per produrne un solo grammo ci spiegano perchè lo zafferano costi così tanto.

Lo zafferano in stimmi ha poco o niente a che vedere con lo zafferano economico in bustine che spopola tra i banchi dei supermercati, infatti se non avete mai provato la zafferano in stimmi non potete dire di conoscere l’aroma e il gusto dello zafferano autentico.

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Bitter siciliano: ricetta, particolarità e differenze con quello classico https://ottiggia.it/bitter-siciliano/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=bitter-siciliano https://ottiggia.it/bitter-siciliano/#respond Mon, 14 Jun 2021 08:54:33 +0000 https://ottiggia.it/?p=9782 Read More

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Oggi Ottiggia è dedicata al Bitter e adesso da parte degli intenditori una domanda sarebbe più che lecita: perché trovare il bitter in un sito di prodotti siciliani? Il Bitter classico non è un prodotto del nord Italia? Esiste anche un Bitter siciliano?

Scopriamo insieme le risposte a tutte queste domande!

Il Bitter classico è l’aperitivo italiano e milanese per antonomasia; era infatti il 1862 quando Gaspare Campari, liquorista di professione, aprì una bottega a Milano nel posto conosciuto oggi come la Galleria Vittorio Emanuele. Nel laboratorio posto nel retro della sua bottega, dopo vari esperimenti, Campari realizzò un liquore di colore rosso dal gusto dolce-amaro e media gradazione alcolica a cui diede il nome “Bitter all’uso di Hollanda” presto cambiato in “Bitter Campari”.

Oggi la Davide Campari è una grande holding che vende il prodotto in 170 paesi. Pur restando segreta la ricetta originale sappiamo che il bitter classico nasce da una macerazione di erbe, piante e frutta in una soluzione idroalcolica. Alla fine del processo il Bitter Campari raggiunge una gradazione di 25° e normalmente si beve come aperitivo, freddo addizionato di soda o shakerato con ghiaccio. Il Bitter Campari è  presente anche in alcuni cocktail celebri come l‘Americano e il Negroni.

Il bitter siciliano

Questa è la storia del Bitter classico che spopola tra i tavoli degli aperitivi della movida di tutta Italia. Ma come per il cibo anche per le bevande la Sicilia ha la capacità di aggiungere un tocco di creatività ed originalità a tutto ciò che incontra: ecco allora che il bitter siciliano differisce dal bitter classico, ma scopriamo come!

Il Bitter Siciliano come il Bitter classico rappresenta la bevanda per eccellenza per l’aperitivo. Su Ottiggia puoi trovare l’Amacardo Orange Bitter realizzato con un mix di spezie ed erbe aromatiche a cui si aggiungono le sopraffine note agrumate dell’Arancia di Sicilia.

Da questo mix di erbe aromatiche e arancia rossa nasce un bitter siciliano dal sapore intenso e amaricante dal gusto contemporaneo. Ottimo per le serate in compagnia per preparare un aperitivo gustoso e sfizioso accompagnato da arancine, panelle e cazzilli. Il Bitter siciliano che racchiude la genuinità e la tradizione contadina, è un prodotto artigianale dagli intensi richiami mediterranei e dal carattere deciso, in linea con i valori della terra di Sicilia!

Ordina subito il suo bitter siciliano, ideale per un aperitivo fresco e sfizioso.

BITTER SICILIANO ALL’ARANCIA ROSSA – RICETTA DELL’ETNA 70 CL

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Brutti ma buoni in tutta Italia

L’occhio vuole la sua parte, ma è anche vero che la bellezza spesso inganna, anche in cucina! Scopriamo allora insieme i “Brutti ma buoni”  dei dolcetti conosciuti in tutta Italia e realizzati in ogni Regione con qualche differenza. Vi sono infatti molte varianti con l’aggiunta di mandorle, pistacchio, pinoli o altra frutta secca, con gocce di cioccolato, al cocco o con differenti aromi.

Il sapore dei biscotti brutti ma buoni alle nocciole è indimenticabile. Hanno un gusto  di nocciola tostata, ma anche un po’ di caramello. E il profumo è paradisiaco.

Brutti ma buoni piemontesi e toscani

In Piemonte abbiamo i brut e bon”: dolcetti alle nocciole dalla forma irregolare nati con molta probabilità a Gavirate, in provincia di Varese, nel 1878 nell’antica pasticceria di Costantino Veniani, il quale ottenne per questa ricetta dal Ministero agricoltura industria e commercio del Regno d’Italia l’attestato di “privativa industriale” (una sorta di brevetto dell’epoca). I brut e bon vantano tra i propri estimatori Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci e la regina Elena di Savoia, della quale si narra che facesse tappa a Gavirate proprio per acquistare gli irresistibili dolcetti.

Un’altra regione dove i brutti ma buoni sono molto apprezzati è la Toscana, nella zona di Prato, dove sono conosciuti come “Bruttiboni” o “Mandorlati di San Clemente”, e vengono preparati con sole mandorle dolci e amare e aromatizzati con scorza di limone.

Brutti ma buoni siciliani

E in Sicilia?  Esistono anche i brutti ma buoni siciliani dei dolci  preparati rigorosamente con gli avanzi di altri dolci, e poi glassati. I brutti ma buoni siciliani si chiamano anche “croccantini di Tortorici” e per farli vengono usate le buonissime nocciole dei Nebrodi. Questi biscotti sono completamente senza glutine e senza lattosio. Usare nocciole di qualità per i brutti ma buoni siciliani è indispensabile dato che gli ingredienti sono solo 4, in caso contrario il risultato non sarà ottimale!

Un consiglio? Tritate a granella due terzi delle nocciole, e un terzo tritatelo grossolanamente con il coltello. Così avrete un bel gioco di consistenze all’interno del biscotto

Preparare i brutti ma buoni con ricetta siciliana è abbastanza facile:

INGREDIENTI (CIRCA 20 BISCOTTI):

  • 150 grammi di albumi
  • 200 grammi di zucchero semolato
  • un cucchiaio di estratto di vaniglia Bourbon biologico o i semi di una bacca di vaniglia Bourbo
  • 350 grammi di nocciole dei Nebrodi
  • un pizzico di sale

PROCEDIMENTO

Tritare due terzi delle nocciole nel mixer, in modo da ottenere una granella di medio spessore (non una farina), e tritare grossolanamente al coltello il resto delle nocciole.

Montare gli albumi con lo zucchero, il sale e la vaniglia fino a ottenere il classico composto da meringhe: una neve ferma, lucida e tanto soda da formare delle punte che restano rivolte verso l’alto quando si solleva la frusta. Se avete la planetaria è il momento di usarla, altrimenti potete utilizzare le fruste elettriche: per ottenere un composto gonfio e sodo dovrete montare per almeno 20 minuti.

Unire alla meringa la granella di nocciole e le nocciole intere, e amalgamare tutto al composto usando una spatola. Versare il composto in una pentola di acciaio dal fondo spesso e cuocere a fuoco basso finché il composto non avrà cambiato colore e consistenza, diventando brunito e denso.

Preriscaldare il forno a 120 gradi statico. Rivestire una teglia da forno di carta forno. Disporre sulla teglia dei mucchietti di impasto della dimensione che preferite (non aumentano di volume in cottura, così come non aumentano le meringhe) usando due cucchiai e inumidendoli di tanto in tanto per fare scivolare meglio il composto. Cuocere per 50 minuti o finché i biscotti, sollevandoli, non vi sembreranno molto leggeri: questo vorrà dire che si sono asciugati perfettamente all’interno. Nel caso in cui vi sembrassero ancora umidi, prolungate ancora la cottura, sempre a 120 gradi e a forno statico. Conservate i biscotti brutti ma buoni in una scatola chiusa ermeticamente, vedrete che si manterranno fragranti a lungo.

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